Storia della Villa

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Storia della Villa 2018-12-03T09:29:40+02:00

Il complesso sorge su un insediamento rurale fortificato e fa parte di un sistema difensivo di casali e masserie di cui è punteggiato tutto l’altipiano Ibleo. Il nucleo della struttura risale probabilmente alla fine del ‘500 epoca in cui i Signori Ascenzo di Modica ricevono l’investitura di Baroni di Camemi.

L’area su cui sorge la villa molto probabilmente risale alla diaspora  della potentissima Kamarina  durante le sue vicissitudini contro i siracusani  e poi definitivamente distrutta durante la conquista arabo-berbera nel corso del 827 da Asad Ibn Al Furat .

Resti di un piccolissimo cimitero scavato sul pendio di un costone oggi non piu visibile e un sarcofago di fattura rustica , utilizzato come abbeveratoio e oggi ancora visibile in un cortile come vasca per i giochi d’acqua, ( locale oggi chiamato antiquarium) testimoniano l’insediamento di un piccolissimo villaggio rurale già sorto in epoca greca (alla stregua del ben più importante e vicino insediamento del Mastro (sopra Playa Grande sulla sponda del fiume Irminio).

Il significato della parola camemi testimonia anche l’influenza che la popolazione di origine araba ebbe  su questi luoghi, il nome ricorda in assonanza la possibile presenza di un hammam (possibile perché un tempo queste terre erano bagnate dal fiume biddemi ) o ancora il significato risalirebbe al  posto di passaggio di stormi di allodole (Al allil).

Una vecchia storia vuole sia il posto di piccoli folletti (in arabo al camun) capricciosi e dispettosi, molto probabilmente questa invenzione risale all’incontro di correnti di aria dalle diverse temperature risalenti dal golfo di Gela ad occidente e dal golfo di Sampieri a oriente, che originano piccoli vortici improvvisi, durante l’estate capita di veder correre questi vortici non più alti di un metro tra i carrubi sollevando stoppie di grano rimaste dopo la mietitura, dando l’illusione che piccoli esseri si spostino correndo.

Dalla investitura degli Ascenso in poi la struttura è un complesso agricolo fortificato sul pianoro di una collina, immerso all’interno di una natura incontaminata, tra boschi di carrubi e muri a secco. Da qui si domina buona parte della costa iblea fino al Golfo di Gela a ovest e fino alla punta di Sampieri in direzione est. Nelle giornate limpide, a queste latitudini che sono più a sud di Tunisi, si scorge il profilo dell’isola di Malta .

La posizione strategica del complesso ha fatto sì che, nel corso dei secoli, avesse una duplice funzione. La costruzione difendeva l’altipiano dalle frequenti scorrerie dei pirati barbareschi che dalla fine del ‘400 e per tutto il Cinquecento, avevano intensificato la loro attività nel Mediterraneo. Le due torrette, oggi inglobate nella grande terrazza ottocentesca, denominate un tempo case della ciurma

Personale avventizio per i periodi di più intenso lavoro, portano ancora le feritoie da cui poteva essere garantita una  sorveglianza armata del  baglio. La posizione sopraelevata e l’esposizione a correnti di vento continue intensificò la produzione di frutta a guscio (mandorle) e carrube che divennero il principale prodotto del fondo. Vocazione testimoniata dal grande cortile a terrazze intorno alle quali si articolavano i diversi ambienti della masseria, la continua ventilazione sul grande cortile lo rende un vero e proprio essiccatoio per le mandorle e le carrube che li venivano distese per essere asciugate prima della conservazione nei grandi e ben coibentati magazzini terrani che si affacciano sul cortile. Due grandi porte in asse tra di loro garantivano una più veloce manovra delle operazioni di carico e scarico. La porta che nel ‘900 diventa l’ingresso importante della villa, in effetti era una porta secondaria organizzata in direzione di Mazzarelli (l’odierna Marina di Ragusa). L’ingresso importante era quello di oriente organizzato sull’asse della più importante regia trazzera borbonica in quel tratto tra Santacroce Camerina e Scicli nella ben più importante direzione Siracusa-Palermo. Oltre alla produzione di mandorle e carrube ben rappresentata è stata l’attività zootecnica con l’allevamento della famosa vacca di razza modicana.

Nel 1805 i Baroni di Camemi cedono in enfiteusi (una sorta di affitto perpetuo) il fondo a Don Filippo Neri Campo, il fondo viene diviso tra le figlie di don Filippo Neri, ancora oggi le famiglie proprietarie delle terre risalgono ai loro matrimoni: Camemi di sopra si apparterrà alla figlia maritata Spadola e a quella maritata Grimaldi, Camemi di sotto con le grandi case alla figlia Donna Giovanna che nel 1838, sposa uno dei più ricchi massari e allevatori di bestiame della Contea, Don Giorgio Criscione, i Criscione possedevano già le terre limitrofe di Gatto Corvino, e queste terre fertili, un tempo chiamate piane di Cutalia o terre Camemi furono una grande opportunità per lo sviluppo degli affari legati all’allevamento di bestiame,

Nel Giornale di Viaggio in Sicilia redatto come ricognizione delle attività produttive per conto della Corona Spagnola, l’abate Paolo Balsamo consulta Don Giorgio Criscione in merito alla produttività della vacca di razza modicana perché ritenuto uno dei migliori allevatori. Da quel momento in poi l’interesse maggiore è verso la specializzazione del fondo per l’allevamento di bestiame di razza modicana. Questa razza conciliava le diverse esigenze del periodo: le vacche davano latte, carne e soprattutto buoi. I buoi di tale razza erano molto famosi e anche commercializzati per i lavori agricoli di traino trasporto e aratura perché molto forti e resistenti. Le vacche inoltre  erano abbastanza rustiche da sopportare la vita all’aperto, il miglior ricovero durante le assolate estati erano e sono ancora oggi i numerosi carrubi, le vacche ritornavano in azienda solo per essere munte (ancora oggi a Villa Criscione è possibile vedere le lunghe mangiatoie di pietra con gli attacchi in pietra (stacce) nel cortile un tempo usato come essiccatoio delle mandorle e in un cortile più piccolo all’ingresso della corte nuova. Risale a questo periodo la trasformazione di un grande magazzino in stalle per bovini organizzato secondo lo schema più avanzato per quell’epoca. Risalgono allo stesso periodo le costruzioni che si organizzano intorno a diverse corti; viene ampliata la piccola torre di guardia che si ergeva al di sopra dei magazzini e viene trasformata in una “casina” alloggio per la famiglia del proprietario. Una grossa parte del fondo resterà coltivata a carrubi e destinata a pascolo di transumanza delle pecore come testimonia un cortile secondario molto vasto intorno al quale si svolgevano le attività di pastorizia.
Nei primi del ‘900 avviene la trasformazione del cortile nell’attuale atrio della Villa ispirato a un compluvium romano. Di padre in figlio la “casina” viene ereditata da Giorgio Criscione Arezzo, grande viaggiatore e appassionato d’arte  a 22 anni aveva già visitato tutta l’Europa e cominciava a nutrire interessi verso il nord Africa. La famiglia dai primi del ‘900 in poi alleverà cavalli, asini ragusani e muli da essi derivati, ed esportati nel nord Africa, specialmente durante il periodo coloniale, saranno le dimore aristocratiche maghrebine a ispirare la risistemazione di Villa Criscione. Il progetto prevedeva la conservazione della tipica struttura agricola iblea e, con molta discrezione, l’aggiunta di elementi di connotazione ispano-moresca.

Lo spazio viene frammentato in un gioco di piccoli cortili cinti da alte mura, comunicanti tra loro con giochi d’acqua di forte ispirazione araba, zampilli, piccoli canali di acqua ruscellante, una grande vasca con bordi di maioliche ispirati a disegni moreschi. A riparare  questo piccolo peccato di indulgenza islamica   si provvederà riposizionando il chiostro verso una ispirazione più cistercense, cosi questo spazio è al servizio del culto (si apre qui la piccola cappella) e questo  ambiente che vorrebbe intrappolare nella sua definizione gli elementi  infiniti della natura: acqua cielo e terra dovrà ricordare all’uomo solo la sua piccolezza,  e che i valori cui ispirarsi per una retta vita sono quelli della fede, lo ricordano le piante poste nel patio davanti al chiostro: una palma, simbolo della gloria derivante dal martirio per la fede, un melograno simbolo della fertilità e dell’abbondanza di frutti che dovrà portare ogni vita spesa secondo i valori della fede, un olivo simbolo di pace e amicizia e un limone simbolo della regalità di Cristo.

Durante la seconda guerra mondiale Villa Criscione sarà legata ai destini del “posto di blocco 452” poiché ospitò un piccolo avamposto di truppe italo-tedesche. Tra il 9 e il  10 luglio del 1943

Il posto di blocco è teatro di battaglia, moriranno il tenente Giunio Sella cui è intitolata la casa matta del posto 452 e i soldati del caposaldo Camemi. Fino ai primi degli anni 60 Il giardino di villa Criscione ha rappresentato per molti di essi il cimitero dove la pietà dei contadini del luogo li sottrasse al dissotterramento da parte dei cani. L’avvento delle guerra non permise al Don Raffaele Criscione Arezzo figlio di Giorgio, di portare a termine i lavori che aveva progettato e subito dopo la guerra ci si concentrò sulla riparazione dei danni che l’immobile aveva subito.

Nel 1990 la Soprintendenza ai Beni Culturali appone il vincolo “ex legge 1089” come edificio di interesse storico-architettonico all’intero complesso edilizio. È allora che gli attuali proprietari Carmelo e Giorgio Criscione decidono il suo restauro restituendole la fisionomia che essa avrebbe dovuto avere alla fine degli anni Venti. L’aspetto più sorprendente di questo intervento è l’assoluta originalità acquisita dal complesso nel rispetto della sua forte identità di masseria iblea, dove elementi di architettura rurale  si intrecciano armoniosamente a dettagli dell’architettura ispano-moresca.